giovedì 21 gennaio 2016

È stato firmato il protocollo d'intesa fra Croce Rossa Italiane ed Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani.

Protocollo Agesci - Croce Rossa Italiana

È stato firmato il protocollo d'intesa fra Croce Rossa Italiane ed Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani.

Il protocollo d'intesa prendeCRI e AGESCI sono parte, ovvero laFederazione Internazionale delle Società Nazionali di Croce Rossa eMezzaluna Rossa, nonché l'Organizzazione Mondiale del Movimento Scout (WOSM)e l'Associazione Mondiale delle Guide ed Esploratrici (WAGGGS), da tempo partner.

Entrambe le Associazioni, inoltre mirano ad integrare la propria azione al fine di rendere ottimali le comuni attività rivolte ai giovani, ritengonoche la condivisione di un obiettivo sociale costituisce per i giovani unutile strumento di crescita e maturazione nonché una positiva esperienza di vita e sono presenti nella piattaforma nazionale di rappresentanza giovaniledel Forum Nazionale dei Giovani e nelle piattaforme locali di rappresentanzagiovanile.

Il protocollo impegnale parti ad intraprendere congiuntamente azioni, alivello locale, regionale e nazionale, idonee a sostenere il diritto di ognigiovane ad essere parte attiva nel presente e agente nella costruzione delproprio futuro, all'uopo anche coinvolgendo la società civile.

Nelle aree di interesse comune (formazione del carattere e della persona,sviluppo delle abilità manuali e della progettualità pratica, tutela dellasalute e della vita, servizio verso il prossimo e la comunità, conparticolare attenzione alla cultura di preparazione all'emergenza nonché l'attenzioneall'ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici, lotta alle discriminazionie promozione di una cultura di nonviolenza e di pace, sentimenti di amiciziae fratellanza internazionale e le relative forme di cooperazione,protagonismo giovanile, partecipazione associativa ed importanza dei giovanicome agenti di cambiamento) le due Associazioni potranno collaborare a tuttii livelli (Gruppi Giovani della C.R.I. ed i relativi Ispettorati Provincialie Regionali nonché i Gruppi AGESCI, le Zone e le Regioni).

Il protocollo si inserisce pienamente nella Strategia della C.R.I. e delMovimento in quanto:
le mosse dalle risoluzioni comuni delleorganizzazioni internazionali di cui 
 
  • mira a "stabilire e rafforzare le reti regionali per investiresulle strutture giovanili locali e internazionali" (Youth declaration,2009);
  • facilita il coinvolgimento dei giovani in iniziativefinalizzate al raggiungimento degli scopi statutari, favorendo un'armoniosacrescita del giovane ed un suo inserimento - in quanto cittadino attivo eresponsabile - all'interno della società (Youth Policy e Strategia 2020della Federazione Internazionale delle Società Nazionali di Croce Rossa eMezzaluna Rossa);
  • si inserisce nelle previsioni della pledge P2116, firmata nelcorso della XXXI Conferenza Internazionale della Croce Rossa e MezzalunaRossa, ha firmato, con la quale la C.R.I. si è impegnata ad aumentare ipropri sforzi nel campo dell'educazione non formale e nella trasmissione dei
  • valori;
  • risponde agli obiettivi di "adesione alle piattaforme dirappresentanza giovanile, il dialogo con le istituzioni e con leorganizzazione del terzo settore" che "consentono di elaborare iniziativepiù efficaci, globali, maggiormente rispondenti alle necessità e rispettosedella mission associativa" (Progetto Associativo dei Giovani della C.R.I.).






martedì 19 gennaio 2016

cento-anni-di-scautismo-cattolico

Messaggio della Capo Guida, del Capo Scout e dell’Assistente generale per i Cento anni dello Scautismo Cattolico
“Insegnare ai bambini a diventare uomini, insegnando agli uomini a ritornare bambini”.
Così sintetizzava la vocazione dello scautismo il venerabile Jacques Sevin, S.J.
E’ da cento anni che uomini e donne – capi – insegnano ai bambini a diventare uomini e donne trovando la bellezza del proprio servizio nell’imparare donando ovvero, ritornando ad essere bambini. Dopo cento anni di giochi, avventure e servizio possiamo dire che lo scautismo cattolico in Italia è stato proprio un dono offerto a questo secolo.
Un’esperienza vissuta da laici, ben consapevoli della responsabilità di dover educare con un metodo dalle profonde radici religiose, ma per sua natura aperto all’universalità e alla mescolanza delle esperienze culturali etniche e religiose.
A distanza di 100 anni possiamo dire che quelle intuizioni sono risultate profetiche. La nostra Chiesa con Papa Francesco ci invita a costruire ponti e non ad erigere muri, ci invita a dare speranza e fiducia alle giovani generazioni e non incutere paura e terrore.
L’appartenenza alla Chiesa cattolica è per lo scautismo un moltiplicatore di opportunità offerte alle giovani generazioni per fare esperienze di vita, di contatto con gli altri e con il creato, esperienze di bellezza che aiutano a divenire pienamente uomini e donne, ovvero come Dio ci ha creati.
Come ha ricordato Benedetto XVI nel 2007, in occasione del centenario del movimento scout:
«Da un secolo attraverso il gioco, l’azione, l’avventura, il contatto con la natura, la vita di squadra e il servizio agli altri, una formazione integrale della persona umana è offerta a tutti coloro che aderiscono allo scautismo. Fecondato dal Vangelo, lo scautismo è non soltanto un luogo di vera crescita umana, ma anche il luogo di una proposta cristiana forte e di una vera maturazione spirituale e morale, così come è un autentico cammino di santità.
Sarà peraltro bene ricordarsi che, come sottolineava Padre Jacques Sevin, S.J., fondatore dello scautismo cattolico, “la santità non è prerogativa esclusiva di alcun tempo né di alcuna uniforme particolare”. Il senso delle proprie responsabilità, che la pedagogia scout risveglia, conduce a una vita nella carità e al desiderio di mettersi al servizio del proprio prossimo, a immagine del Cristo servitore, appoggiandosi sulla grazia che il Cristo stesso dona, in particolare attraverso i sacramenti dell’Eucaristia e del Perdono».
Oggi, dopo cento anni di esperienza dello scautismo cattolico, abbiamo ancora più responsabilità di allora, sentiamo il peso di tramandare questo metodo e questa felice intuizione, di accompagnare attraverso lo scautismo i bambini, i ragazzi e i giovani all’incontro concreto con Gesù.
Questa è la nostra promessa che insieme a tutti i lupetti, le coccinelle, gli esploratori, le guide, i rover, le scolte e a tutti i capi vogliamo fare.
Rosanna Birollo Capo Guida, Ferri Cormio Capo Scout, Padre Davide Brasca Assistente generale Agesci

domenica 17 gennaio 2016

Il Lupo d'Argento (Silver Wolf) è la più alta onorificenza dell'associazione scout britannica per "servizi di massima eccezionalità".
Questo premio, consistente in un lupo d'argento appeso ad un nastro per collo verde scuro e giallo, viene assegnato unicamente dal Capo Scout dell'Associazione.

Storia

Sin dalla sua istituzione ad opera di Baden-Powell, il Lupo d'Argento viene consegnato dal Capo Scout dell'associazione talvolta su raccomandazione dei commissari regionali.
Nei primi tempi Baden-Powell usava concedere questa onorificenza a capi di ogni nazione che si distinguevano per meriti particolari per il movimento, tuttavia essa, sebbene assegnata dal "Capo scout del mondo", era una onorificenza britannica, così il comitato internazionale propose la creazione di una nuova. Nel 1934 così venne istituito il Lupo di Bronzo, onorificenza speciale attribuita dal Comitato Scout Mondiale.
Altre associazioni ne crearono di simili: l'associazione guide Britannica creò il "Silver Fish" e l'associazione dei Boy Scout of America istituì il "Silver Buffalo".

Significato

Il Lupo di Bronzo (Bronze Wolf) è la sola onorificenza attribuita dal World Scout Committee e viene assegnata solo in riconoscimento di servizi eccellenti al movimento scout mondiale. Come suggerito dal nome, è un lupo in bronzo, portato attorno al collo mediante un nastro verde bordato di giallo.

Istituzione

Nei primissimi anni dello scautismo Robert Baden-Powell donava occasionalmente un Lupo d'Argento (Silver Wolf) a Capi Scout che in qualsiasi paese avessero lavorato in modo eccellente per lo sviluppo del movimento.
Tuttavia, benché prestigioso e assegnato dal Capo Scout del mondo, il Lupo d'Argento era una decorazione dello scautismo britannico. Di conseguenza, nel 1924il Comitato Internazionale decise di chiedere a Baden-Powell di valutare l'istituzione di una onorificenza speciale, "to be awarded on the recommendation of the International Committee for outstanding international services to the Scout Movement".
Solo nel 1932 Baden-Powell, tradizionalmente diffidente verso la proliferazione di onorificenze e distintivi, acconsentì a riaprire la questione e nel giugno 1934 accettò la richiesta.
Il 2 agosto 1935 il Comitato Internazionale, riunitosi a Stoccolma, approvò formalmente l'istituzione del Lupo di Bronzo. Inoltre, su proposta di uno dei suoi componenti, Walter H. Head, il Comitato internazionale assegnò all'unanimità il primo Lupo di Bronzo al Capo Scout del Mondo, Lord Baden-Powell of Gilwell.

Attribuzione

Durante i primi venti anni furono assegnati solo venti Lupi di Bronzo. Infatti, il Comitato Internazionale aveva stabilito due criteri: 1) che l'onorificenza fosse assegnata solo per "outstanding international services" e 2) che di norma non più di due Lupi di bronzo fossero assegnati in ciascun biennio.
In seguito, data l'espansione dello scautismo nel mondo, sia come numero di associazioni nazionali sia come numero di scout, il World Scout Committee allargò i criteri, ridefinendo 1) nel senso di "outstanding services by an individual to the World Scout Movement" e 2) nel senso di un Lupo di Bronzo all'anno per ogni 2.000.000 di scout.
Oggi, il Lupo di Bronzo è ancora l'unica onorificenza assegnata dal World Scout Committee. Nel 2002, a 67 anni dalla sua istituzione, i Lupi di Bronzo erano 320.
L'unico italiano, ad oggi, ad averlo ricevuto è Mario Sica
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martedì 1 dicembre 2015

La Federazione Italiana dello Scautismo si presenterà al Mondo con il progetto Educare: Energia per la Vita.

ExpoFIS_Logo_01 <p data-wpview-marker=La Federazione Italiana dello Scautismo si presenterà al Mondo con il progetto Educare: Energia per la Vita.
Sarà il nostro modo di portare a Expo Milano 2015 i temi fondamentali della fiducia nei bambini e nei ragazzi, la promozione di uno stile alimentare sano, la ricerca di comportamenti sempre attenti ad una produzione e distribuzione del cibo più giusta ed equa.
Insomma, per noi, al centro di ogni attività c’è l’uomo e la sua capacità di relazione con gli altri e con la Natura.
Perché gli scout vogliono esprimere il loro parere sul Tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”? 

la possibilità che Famiglie accolgano fratelli scout
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una serie di eventi che si potranno giocare sui territori. Iniziative aperte anche a NON ASSOCIATI,
non legate necessariamente ai temi della nutrizione, del cibo,
della sana alimentazione e della sostenibilità ambientale
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In Cascina Triulza, padiglione della società Civile, nelle settimane 15-28 giugno 2015 e 5-11 ottobre 2015 animeremo uno stand, con l’obiettivo di raccontare e raccontarci, di diventare portatori di sguardi e punti di vista che ci appartengono.
Sarà l’occasione per parlare dello Scautismo, delle sue proposte, della vita dei nostri Gruppi, Compagnie, Clan, Reparti, Branchi, Cerchi, Settori, ecc.
È una grande occasione per tutti. Un’opportunità per rimettere al centro dei propri percorsi temi valoriali, per aprire riflessioni e per comunicarle.

lunedì 23 novembre 2015

La comunità capi triste

La comunità capi triste

Come sorride e canta, anche nelle difficoltà, un gruppo di adulti.
di Francesco Santini, da Scout – Proposta educativa, 2012 (Anno XXXVIII, n°1 pag. 17-18)
La comunità capi triste è un agglomerato di capi informi, divisi, ognuno che forma un pianeta a sé.
Si arriva a riunione di comunità capi portando lo stress della giornata, di un esame andato male, di una giornata di lavoro pessima, di problemi in famiglia o la fatica del servizio. A seconda dell’argomento all’ordine del giorno i capi riversano nella riunione i propri: “io penso che”, “ai miei tempi si faceva così”, “io ho la soluzione”, “no, ma tu non sei esperto”, “no, ma tu non capisci, non sai, non puoi”. La comunità capi è uno dei primi motori motivazionali al servizio dei capi e forse uno dei fattori che contribuisce a far abbandonare il servizio è proprio quella vena di tristezza, fatta di litigi e sfiducia reciproca, che rende triste una comunità capi.
Mai come in questo momento, nel nostro Paese e nella nostra Associazione, vi è la necessità di percorrere il sentiero del dialogo, fatto di dibattito, di scontri e incontri, di scelte decise, non tanto all’unanimità, quanto seguendo le vie di un sano e maturo confronto tra adulti. Questo sentiero deve essere percorso da tante sentinelle, persone, scout che sappiano esprimere le proprie opinioni senza voler prevaricare quelle degli altri. Iniziamo insieme a percorrere la via del dialogo e per farlo, impariamo a costruire in comunità capi un forte antidoto alla tristezza: la forza del saper sostenere una propria posizione, trovare un accordo, venire incontro all’altro.
Scindere le persone dal problema
Spesso in comunità capi ci troviamo ad affrontare argomenti che scaldano le serate e gli animi. In questi momenti, oltre alla necessaria presenza di capigruppo preparati al ruolo di registi delle discussioni, è fondamentale che ci ascoltiamo. Quando ognuno di noi esprime una opinione su un argomento all’ordine del giorno si corre il rischio di non ascoltare l’altro in quanto l’altro è, per noi, una persona che ha espresso una opinione differente o contrastante dalla nostra. Da qui nascono le litigate, i tiramolla, le opposte fazioni, le riunioni fino a tarda notte che non portano a nulla. Per evitare tali situazioni è necessario concentrarsi non su chi esprime un’opinione (che può avere il pregio/difetto di essere un nostro amico/ non amico nella comunità capi), ma sul contenuto dell’opinione stessa. Sembra una banalità ma vengono realmente perse delle ore nelle nostre comunità capi solamente a controbattersi sulle rispettive posizioni, rimanendo arroccati sui tanti “io la penso così”, “io sono più esperto di te di questa branca” o “ai miei tempi si faceva così”.
Concentrarsi sul ragazzo non sulle posizioni
Una comunità capi che funzioni è una comunità capi dove il capo, giovane e meno giovane, trova un luogo dove condividere il percorso educativo di tutto il gruppo, dal lupetto al rover, dalla coccinella alla scolta: questo perché siamo capi per ogni ragazzo/a del gruppo, non solo per quelli della Branca in cui prestiamo servizio. Per portare avanti una discussione che sia incentrata su un argomento del tipo “Mario è un ragazzo con problemi di socializzazione, come possiamo fare a coinvolgerlo?”, ogni capo che partecipa dovrebbe fare un esercizio mentale: immaginare al centro del cerchio la figura stessa del ragazzo/a di cui si sta parlando, in questo modo evitiamo di avere nella mente solo il viso di chi sta esponendo una sua opinione differente dalla nostra a cui vogliamo, spesso, controbattere. È bello condividere inoltre, da parte di ogni branca, anche i traguardi e le cose belle fatte con i ragazzi.
Non attaccare l’altra persona o l’idea altrui
Baden-Powell diceva che “colui che è capace di mantenere l’attenzione del ragazzo medio [e io direi anche del capo] per più di sette minuti su un argomento è un genio” (Taccuino, Edizioni Fiordaliso, pag. 166). Quando esponi la tua opinione fallo nel modo più chiaro, semplice e conciso ed evita di perdere tempo nel sottolineare perché o come sei contrario al parere altrui. Sempre Baden-Powell diceva “Non dire mai qualcosa che non metteresti per iscritto” (Giocare il Gioco, Edizioni Fiordaliso, pag. 84) e che: “L’educazione dev’esser positiva, non negativa[…] la legge scout in ognuno dei suoi articoli dice: “lo scout è” oppure “fa” qualcosa (e non) lo scout “non è” oppure “non fa” (Taccuino, Edizioni Fiordaliso, pag. 110). Queste sono o non sono due regole base per una buona comunicazione in comunità capi che ci ha dato B.-P. quasi un secolo fa? E noi sappiamo metterle in pratica?
Basarsi su criteri oggettivi
Nelle comunità capi ci si confronta su tanti argomenti, anche molto difficili o delicati come quelli dei capi scout in situazioni eticamente problematiche oppure si affrontano casi di ragazzi/e dalla difficile integrazione o anche le difficoltà che possono avere staff o singoli capi nel loro servizio. Un suggerimento per non impiegare male il poco tempo di una riunione di comunità capi è quello di arrivare preparati e di non vivere la riunione come una gara di opinioni e pareri: in comunità capi non si compete, si condivide. Un capogruppo che definisce l’ordine del giorno e sa che in quella riunione si affronteranno argomenti delicati, potrà preparare e consegnare a tutti i capi una serie di estratti dai documenti ufficiali dell’associazione o dagli scritti di Baden-Powell. Personalmente quando ero capogruppo ho usato così il documento “Capi in situazioni eticamente problematiche” reperibile sul sito dell’Agesci. Esso ha aiutato la comunità capi in una riflessione non facile riguardante un capo del gruppo. Sapere che l’Associazione si è già espressa su argomenti che oggetto di discussione in comunità capi può aiutare se: i documenti vengono presi come indicazioni (e non dogmi) sulla cui base partire insieme per prendere delle decisioni e se chi ha il ruolo di fare da regista (capogruppo) è preparato ad affrontare tali discussioni e argomenti: in pratica se prima almeno lui certi documenti se li è letti. Centrale è il ruolo del capogruppo: regista, animatore, motivatore, persuasore, ma non impositore. Che ruolo e che delicatezza!
In fin dei conti la comunità capi è un po’ il fulcro dell’Agesci, non lo pensi anche tu?

lunedì 16 novembre 2015

La differenza d'età in Co.Ca. Ricchezza o difficoltà?

Spesso in Comunità Capi le differenze d’età sono consistenti e la convivenza non è sempre facile. Quale cura prestia mo ai legami fra passato e futuro? Quando aveva 20 anni Luisa di una cosa era certa: non sarebbe diventata mai come il suo capo gruppo. Non lo sarebbe diventata perché lui era un uomo e – cosa più importante – perché lei avrebbe capito in tempo quando fosse arrivato il momento di andarsene; avrebbe saputo come comportarsi con il resto del gruppo: non avrebbe preteso di essere onnipresente a tutte le attività commentando, correggendo, sottolineando ogni qualvolta lo spirito della tradizione veniva minacciato. Avrebbe evitato gli immancabili “ai miei tempi!” e avrebbe omesso di precisare sempre quanto fosse notevole l’esperienza posseduta e che, metaforicamente parlando, dopo la sua fuoriuscita dal gruppo il diluvio avrebbe sommerso e distrutto qualsiasi traccia di scautismo. In sintesi lui era vecchio e, si sa, giovani e vecchi non riescono a lavorare insieme! Il povero Luigi, in realtà, non arrivava ai 45 anni e non solo non si sentiva vecchio, ma era convinto che il gruppo andasse bene e funzionasse perché, fortunatamente, lui e altri capi vecchi come lui (che lui amava definire “vecchi capi”) di lunga e sicura esperienza, tradizione, stabilità e affidabilità garantivano il giusto stile scout. Luisa e Luigi, anche se in tempi diversi e con modalità molto differenti, lasciarono la comunità capi. L’una, esigente ed ipercritica prima di tutto verso se stessa, a 35 anni si riteneva troppo vecchia per stare insieme a capi di 20 anni o giù di lì che a volte non capiva, che sembravano poco motivati, poco impegnati, desiderosi di conservare un certo distacco nella scelta di servizio perché “non si può vivere di solo scautismo”, e con molta discrezione, per non imporre la sua presenza e non diventare simile al Luigi di venerata memoria, si defilò. Il buon Luigi se ne andò anche lui: deluso, insoddisfatto, un po’ incattivito (se si potesse dire), sicuramente frustrato perché nessuno lo volle ferire dicendoglielo apertamente, l’aveva capito da solo notando che nessuno lo contraddiceva apertamente, gli lasciavano terminare i suoi interventi… ed era come se se ne fosse già andato... Chissà se esistono altri Luisa e Luigi in Associazione, chissà se dentro ciascuno di noi ci sentiamo un po’ l’una o un po’ l’altro. La ricchezza delle nostre comunità capi e dell’Associazione nel suo complesso, è il vivere esperienze con persone diverse fra loro, dove molteplici sono le variabili che entrano in gioco: la famiglia di origine, il sesso, il tipo di lavoro, il tipo di studi fatti, le scelte vocazionali, l’età, la personalità, le abilità, le disabilità… É una sana costrizione ad uscire da noi stessi, a non dare nulla per scontato, a misurarci con l’altro non teoricamente idealizzato e addomesticato, ma l’altro in carne ed ossa portatore di un’identità certamente simile, ma mai identica alla nostra. Sappiamo effettivamente trarre il massimo vantaggio da questa scelta o, al di là del “dover essere”, soffriamo un po’ questa situazione che oggettivamente è più complessa e più faticosa, e di cui c’è il rischio di cogliere più i limiti che i pregi? Creare una comunità vera è sempre difficile, è un impegno quotidiano e personale che va fortemente voluto, perseguito, tentato e non c’è mai un momento in cui possiamo dirci arrivati, perché la comunità può sempre essere minacciata dalla fretta, dalla superficialità, dalla pigrizia, dall’accidia, dalle omissioni (ben più numerose delle nostre azioni negative) delle nostre relazioni interpersonali. Se questo vale sempre, diventa ancora più difficile quando l’impresa viene vissuta da un gruppo di persone che, pur condividendo una Legge e l’impegno di una Promessa, sono molto diverse fra loro. Quando il gioco funziona, la presenza di tante ricchezze diverse innesca un circolo virtuoso. È straordinario, se si pensa a questo fatto: un gruppo di adulti che insieme fanno un percorso che è di crescita personale e metodologica in un mutuo scambio, dove la reciprocità gioca un ruolo, se non esclusivo, certamente fondamentale tra le persone e nel servizio ai ragazzi. È una comunità dove si vive la fraternità, se ne fa esperienza, dove non c’è qualcuno che dona e qualcun altro che riceve, ma dove si sviluppa una circolarità di dono ricevuto e a sua volta donato. La prima domanda allora potrebbe essere: al di là dei compiti affidati a ciascuno, ai “posti d’azione” ricoperti da ogni persona, usando un termine da Impresa, siamo convinti che all’interno della variabile capi giovani e meno giovani la reciprocità sia il fine ultimo del nostro agire? I capi giovani sono il futuro della nostra possibilità di educazione, quelli meno giovani sono le nostre radici, sono la tradizione della comunità nel senso migliore del termine e cioè quello di trasmissione, di consegna del patrimonio culturale costituito da consuetudini, memorie, notizie attraverso non tanto la documentazione scritta, ma la comunicazione viva e l’esempio di chi nel tempo ha vissuto i valori dello scautismo. I capi meno giovani sono la nostra memoria e chi siamo noi senza memoria? Quale fatica faremmo se dovessimo reimparare di nuovo tutto ogni giorno, che spreco di tempo! Ugualmente vivere negandoci un futuro sarebbe un sopravvivere quanto mai sterile. E allora come seconda domanda potremo chiederci: quale considerazione, quale cura prestiamo, quali necessari legami fra il nostro passato e il nostro futuro? Sbilanciati non si riesce a stare in piedi a lungo e, che si cada all’indietro o in avanti, il risultato non è mai positivo. Fuor di metafora viene in mente san Benedetto che nella sua Regola quando tratta di come l’abate debba decidere su questioni importanti dice esplicitamente ”… abbiamo detto di convocare tutti a consiglio perché spesso il Signore rivela anche a chi è più giovane la soluzione migliore.” (op. cit. cap. 3). In una società che sembra aver annullato i conflitti generazionali verrebbe da pensare che ritrovarsi, giovani e meno giovani insieme, a lavorare, non costituisca un problema. Sarebbe interessante conoscere le opinioni che circolano in Associazione. Opinioni che si fondano non su un teorema assoluto, ma sull’esperienza personale e che quindi possono essere anche molto lontane fra loro e magari contrastanti. Io azzardo la mia, che è altrettanto parziale e relativa e forse anche un po’ confusa e che a ben vedere, più che un’opinione, è un insieme di domande che continuano a riaffacciarsi alla mente. Il problema si presenta quando il gioco non funziona e può non funzionare per tanti motivi, anche per il fatto delle età diverse se, per esempio, la differenza di età è troppa. Capi giovani, ma quanto giovani? Meno giovani, ma di quanto? Domanda che può essere banale o riduttiva tutte e due le cose insieme, ma sulla quale vorrei soffermarmi. Non sono tra coloro che asseriscono che la giovinezza sia solo una questione di “spirito”: la giovinezza è anche una questione anagrafica e lo è tanto più per un’associazione educativa che vede la presenza dell’adulto proposto nella figura del “fratello maggiore”, che sa di una certa qual complicità, pur senza rinunciare alla “adultità” che deriva da una maggior esperienza di vita, ma il fratello per quanto maggiore non è un nonno, né una zia. Questo vale per il rapporto capo-ragazzo e mi interroga che anche qui a volte si sostenga che l’età non conta, ma conta lo “spirito”: quando affermiamo questo, lo facciamo avendo come punto di riferimento noi o i/le ragazzi/e? Sono convinta che anche in comunità capi, se il divario di età è molto ampio, il gioco non funzioni. Se è vero che c’è un limite d’età non sancito statutaria m ente, ma dettato dalla sensibilità pedagogica che porta i meno giova n i a non giocare più il gioco direttamente con i ragazzi, allo stesso modo i meno giovani rivestono sempre un ruolo positivo all’interno della comunità? Qualche anno fa c’era una consuetudine condivisa, almeno a livello teorico, (poi si sa la realtà può portarti a derogare da ciò che è l’ottimo in favore di ciò che è possibile) quella che quando arrivava in comunità capi il/la tuo/a capo squadriglia, era forse venuto il momento di incominciare a pensare seriamente di passare il testimone a qualcun altro. Questo non perché non si sia capaci di farsi da parte, di creare spazi, di stimolare la partecipazione, ma perché la persona che ci si trova di fronte non è più il/la capo squadriglia, è una persona che ha percorso un tratto di strada che ne ha fatto una persona diversa da quella che si conosceva. Ci si deve porre con grande serietà la domanda se sia possibile creare quel clima di libertà interiore perché ogni capo possa esprimersi per quello che è, e non per come gli altri si aspettano da lui. É questa poi la fatica che ogni genitore fa ad accettare il proprio figlio diventato adulto. Per l’immenso amore e rispetto che ha per lui, non lo può più trattare da bambino, non lo può più difendere dai guai del mondo, ma deve porsi accanto a lui semplicemente come risorsa, come accompagnamento, senza la pretesa che per il semplice fatto di essere il suo genitore, lui debba ascoltare e obbedire. Tanto è vero tutto questo, che in un rapporto sano, liberante e costruttivo i figli se ne vanno, e se rimangono non è qualcosa di fisiologico, ma è dovuto ad una patologia della nostra società, perché non c’è una situazione possibile migliore. Cosa spinge allora a rimanere in una comunità capi a lungo nonostante l’età che avanza? Credo sia, onestamente, il sentirsi un po’ indispensabili, il pensare di aver capito il segreto delle cose e volerlo insegnare agli altri, in ciò contravvenendo in realtà ad uno dei capisaldi della scelta scout che è l’interdipendenza tra pensiero ed azione che vale anche per i capi: ognuno cresce perché fa le sue esperienze e, nemmeno con le migliori intenzioni, ha senso vivere per interposta persona. Confesso, a partire da me stessa, quasi mai ho sentito qualcuno che permanesse in comunità capi adducendo come motivazione quella dell’arricchimento personale e del prosieguo della propria formazione permanente. La maggior parte lo fa per spirito di servizio, perché c’è bisogno, per aiutare chi è in difficoltà. Ma siamo sicuri che sia proprio sempre così? È una legge che vale per i gruppi, ma può anche valere per i singoli, quella secondo la quale si cambia solo se si è costretti e credo sia una grazia da chiedere al buon Dio quella di farci capire quando è il momento di andare, un andare che sia un atto di amore per la comunità che si lascia perché si ha fiducia che questa può farcela anche senza di noi, perché si è lavorato per questo e per rendere la comunità più adulta, più responsabile anche se con meno esperienza. Chi scrive appartiene al novero dei meno giovani della sua comunità capi e scrive proprio dando voce a dubbi che settimanalmente pone innanzi tutto a se stessa, non è un attacco indiscriminato a chi giovane non è, la domanda sta – come ricordato all’inizio – nell’entità del divario. Riprendendo le esperienze di Luisa e Luigi, probabilmente l’età anagrafica ha portato a non far scattare quel circuito virtuoso di reciprocità di cui si è parlato, soprattutto perché oggi la differenza anche solo tra un quarantenne ed un ventenne è culturalmente molto più accentuata di 30 anni fa e questo ci deve spingere ad essere ancora più vigili. Forse la scelta di Luisa di andarsene prima di quanto avesse fatto Luigi dipende non tanto dalla variabile dell’età, quanto da quella del sesso: ma questa è tutta un’altra storia…!